I Filtri Fotografici

In fotografia si sono sempre utilizzati svariati modi per modificare l’immagine finale, il più semplice e diffuso dei quali sono sicuramente i filtri, elementi (di vetro o resina) da aggiungere all’obiettivo (sulla parte anteriore o, più raramente, su quella posteriore) e che vanno ad alterare quella che sarebbe l’immagine di base.

Al tempo dell’analogico esisteva una moltitudine di tipi di filtri, con ogni possibile effetto immaginabile; il digitale, con il perfezionarsi delle tecniche di manipolazione del file, ha reso obsoleta la gran parte di essi.

Attualmente resistono ancora poche tipologie di filtri, ed ancora meno sono quelli realmente utili perché non emulabili in post-produzione, o semplicemente perché necessari fisicamente.

Tipologie di filtri in base all’effetto.

I filtri attualmente più diffusi sono cinque, divisi in due categorie: filtri UV, filtri Skylight e filtri Protector da una parte, e filtri polarizzatori e a densità neutra (ND) dall’altra.

shattered_67mm_hoya_hmc_uv_filter

  • La prima categoria è formata da filtri che servono, oramai, solamente per proteggere la lente frontale da urti, agenti atmosferici, sporco e quant’altro. Non si usano quindi per alterare l’immagine, ma solo perché barriera materiale contro gli imprevisti.
  1. Skylight ed UV avevano ulteriori funzioni nell’analogico (rispettivamente riscaldavano i colori del cielo in alta montagna e attutivano l’effetto deleterio degli ultravioletti sulla pellicola), che nel digitale si sono perse. Rimane quindi solo la funzione di protezione.
  2. I filtri Protector sono invece filtri senza nessuna altra funzione neanche prevista in astratto, se non quella di salvaguardare lo stato della lente frontale degli obiettivi.

Tutti questi filtri non impediscono significativamente alla luce di raggiungere il sensore, e quindi non modificheranno granché i tempi di scatto.

  • La seconda categoria è formata da due soli tipi di filtri, polarizzatore ed ND. Gli effetti provocati da entrambi i filtri non sono emulabili (se non con risultati non equivalenti) attraverso la manipolazione digitale del file.
  1. Il polarizzatore è un filtro mobile, che dà effetti solo quando viene ruotato sull’obiettivo in una determinata posizione, e soprattutto solo quando la scena si presta al suo utilizzo.

L’effetto principale del polarizzatore è quello di eliminare i riflessi dalle superfici lucide non metalliche: per farla breve è ottimo per togliere riflessi indesiderati da vetri (vetrine, finestre), oggetti (plastica, legno) e soprattutto dall’acqua che, nelle giuste condizioni, risulterà trasparente e senza la luce abbagliante che spesso presenta nelle foto.

Ulteriore effetto il polarizzatore lo dà sui colori, saturando in parte il blu e il verde e rendendo più evidenti i contrasti tra cielo e nuvole. Un blando effetto c’è anche sulla foschia che, in alcuni casi, viene appena ridotta dalla polarizzazione.

Il polarizzatore inoltre blocca parte della luce che arriva al sensore, e quindi il suo utilizzo può far perdere fra uno e due stop circa.

640px-circularpolarizer

Gli effetti del polarizzatore sono massimi quando la fonte di luce si trova a 90° o 270° rispetto all’obiettivo (quindi lateralmente al fotografo), mentre sono minimi quando il sole si trova di fronte (a 0°) o alle spalle (180°) del fotografo.

  1. I filtri ND (Neutral Density, ovvero filtri a densità neutra) sono filtri che hanno come funzione primaria quella di impedire alla luce di raggiungere il piano sensibile (sensore o pellicola che sia). Vengono quindi catalogati a seconda della loro capacità di fermare la luce, da quelli più blandi a quelli che ne bloccano gran parte.

A cosa serve fermare la luce?

Ad avere tempi di scatto più lunghi, e niente più (diffidate da chi vi dice che gli ND “sistemano” la luce dura di metà giornata, una frottola che gira su più di un sito…). E a cosa serve avere tempi di scatto più lunghi? A dare alle fotografie particolari effetti, come l’acqua cosiddetta “setosa”, o a catturare le scie delle nuvole, o ad eliminare da un luogo le persone che camminano. Sono utili anche per compensare la troppa luce ambientale nel caso si utilizzino obiettivi molto luminosi, in modo da permettere di non chiudere il diaframma e preservare lo sfocato.

Sono varie le sigle che indicano la potenza di un ND: la più comune è quella che associa alla parola “ND” un numero, potenza del 2, tanto più alto quanta più luce viene fermata.

Si avranno così gli ND2 (che tolgono un solo stop di luce), fino agli ND1024 (convenzionalmente detti ND1000, che tolgono 10 stop di luce), passando per ND4 (2stop), ND8 (3stop), ND 16 (4stop) etc etc…

Oltre questa denominazione, ce n’è una seconda quasi altrettanto diffusa, che comunque presenta sempre un numero decimale che da 0,3 arriva a 3,0, sempre seguendo la scala che va da 1 a 10 stop. E quindi trovere filtri ND 0,3 (ND2) fino a ND 3,0 (ND1000), passando per ND0,6, ND0,9 etc etc…

Esistono ND che vanno oltre ND1000 o 3,0, ma sono rari, costosi ed in generale adatti solo ad usi molto particolari.

Gli ND possono poi essere ND variabili, cioè possono presentare un intervallo di valori tra cui si può scegliere; in questo caso di solito l’ND è formato da due polarizzatori che scorrono uno sull’altro. L’intervallo tipico va da ND2 a ND500 (da 1 a 9 stop), ma si trovano anche varianti.

maxresdefault

Gli ND variabili sono molto comodi, ma di solito meno performanti e soprattutto non adatti a focali molto grandangolari, pena l’effetto “croce” sulla foto (in pratica appare una croce nera che rovina quasi irrimediabilmente l’immagine).

Tipologie di filtri in base alla costruzione.

I filtri normalmente sono costruiti come un aggiuntivo ottico da avvitare al cosiddetto “passo filtri” dell’obiettivo, cioè alla filettatura frontale che quasi tutti gli obiettivi hanno. Per usare il filtro basta quindi comprarne uno del diametro adatto al nostro obiettivo, e poi avvitarglielo davanti.
Questi filtri vengono detti “filtri a vite”.

Accanto a questa tipologia esistono poi i filtri circolari posteriori che, invece di essere posti davanti la lente frontale dell’obiettivo, vanno attaccati posteriormente, di solito in un apposito alloggiamento. Non tutti gli obiettivi ne hanno uno, anzi è una soluzione abbastanza rara, anche se permette di risparmiare molto sulle dimensioni del filtro stesso.

Altra tipologia molto diffusa di filtro è quello cosiddetto “a lastra”, o “a lastrina”. In questo caso il filtro è una semplice lastra di resina o vetro, rettangolare o quadrata, che va adattata davanti la lente frontale dell’obiettivo attraverso una montatura apposita (in inglese “holder”). Le montature vanno collegate all’obiettivo mediante un adattatore a vite (sempre da mettere nella solita filettatura) e sono prodotte da vari marchi in varie dimensioni. Le dimensioni “standard” sono solitamente quelle derivate dalla produzione della francese Cokin, la cui montatura “P” è certamente la più diffusa. Le montature permettono spesso di alloggiare più di una sola lastrina, fino a tre o a volte anche quattro in contemporanea, in modo da cercare la soluzione migliore per la foto che stiamo scattando.

hqdefault

Questo perché, nel mondo dei filtri a lastrina, i filtri ND acquisiscono alcune varianti:

  • i filtri GND (graduated neutral density) , cioè dei filtri ND graduati (o ND digradanti), a loro volta divisi in hard e soft;
  • i filtri R-GND (reverse graduated neutral density), cioè dei filtri ND graduati a rovescio, anch’essi rinvenibili sia in versione hard che soft.

Cosa sono questi filtri?

Sono semplicemente dei filtri ND la cui parte scurente non copre tutta la superficie della lastrina, ma solo una parte. I filtri GND sono scuri al massimo in alto e man mano digradano verso il chiaro, diventando trasparenti al centro della lastrina. Questo passaggio è più netto nei filtri “hard” e più soffuso nei filtri “soft”.

I filtri R-GND seguono lo stesso principio, ma ribaltandolo: le lastrine sono più chiare sul bordo alto e si scuriscono man mano che si va verso il centro.

A cosa servono i GND ed i R-GND?

Questi filtri servono a bilanciare la luminosità della scena che si fotografa, quindi sono utilizzati prevalentemente nelle foto paesaggistiche. I GND vengono utilizzati per attenuare la luminosità del cielo e renderla più simile a quella del terreno. I soft vengono usati quando l’orizzonte non è dritto, ma frastagliato (ad esempio in montagna), mentre gli hard vengono utilizzati quando l’orizzonte è prevalentemente dritto (come ad esempio al mare).

I R-GND si usano per gli stessi motivi, ma più che altro quando il sole è basso all’orizzonte, quindi durante l’alba e il tramonto: in questo modo si potrà scurire di più la zona attorno al sole (la più luminosa) senza inficiare la parte alta del cielo (già naturalmente più scura, in queste situazioni).

Esempio dell’uso del polarizzatore per saturare i colori ed eliminare i riflessi di luce sull’acqua.

Un mio esempio sull’uso dei filtri ND, in questo caso un ND1000.

Un altro esempio con ND variabile su 18-55 kit.

Ancora un esempio di polarizzatore e filtro ND1000 utilizzati assieme.

 

 

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...