Jeff Wall (e più in generale; sono io che non capisco una mazza di arte o avevano ragione Aldo, Giovanni e Giacomo?)

img024Scavando nella mia piccola libreria fotografica, ho riesumato il catalogo della mostra “Actuality”, del famigerato fotografo canadese Jeff “facciofintachesiareale” Wall, che, tre anni fa, ha fatto tappa a Milano, al PAC.

Confesso che le impressioni di allora, con un po’ di esperienza in meno e con un “occhio” un po’ più acerbo, sono state le stesse che ha avuto Giovanni Storti quando ha aperto il cofano della Subaru Baracca e, dopo aver guardato con occhio critico il Garpez, ha affermato che “il mio falegname con trentamilalire la fa meglio”.

Ed in effetti, ad una visione superficiale, le grandi stampe, spesso montate su lightbox, sembrano degli scatti “ordinari”, quasi dozzinali, tirati via alla bell’e meglio, in situazioni di vita quotidiana.

In realtà il disagio e l’inquietudine che ho ricevuto in dono da quella personale, mi hanno accompagnato per molto tempo, almeno sino a quando ho preso in mano il catalogo della mostra ed ho potuto capire, anche se solo in parte, il modus operandi di Wall, ed il profondo lavoro introspettivo legato ad ogni singolo particolare dello scatto finito.

img023Wall prepara il “set” con molta cura e minuzia, elaborando anche per settimane il progetto. Tutte le foto sono delle “interpretazioni” con figuranti, su set a volte davvero enormi, e che non mancano di una grande cura nell’eventuale postproduzione digitale. L’impatto che si ha davanti ad una delle sue lightbox è, sostanzialmente, di indifferenza. Ma, ad una lunga osservazione, la complicata organizzazione dello scatto, ed il dettaglio maniacale, trasmettono una profondità altrimenti non percepita. Lo sconfinamento nel surreale è praticamente la cifra stilistica costante dell’autore.

Non scatti semplici, ma riprese al limite dell’ossessione, curate al dettaglio, dalla scenografia ai costumi, dalla luce all’azione degli attori-protagonisti. È come se Wall volesse stimolare l’immaginazione degli osservatori incitandoli inconsciamente a costruire storie, a pensare a cosa sia accaduto prima del momento rappresentato e a cosa potrà accadere successivamente.

Jeff Wall sale alla ribalta negli anni ’70, divenendo un epigono della fotografia di concetto. E’ con “destroyed Room” nel 1978, che sale alla ribalta, decidendo di affrontare la fotografia con la stessa cifra stilistica della pittura. Attraverso temi rilevanti quali relazioni tra esseri umani, politica, tensioni sociali, si rivolge principalmente a chi ha la pazienza e la volontà di osservare attentamente uno scatto. Non è attraverso una rapida e sfuggente occhiata, infatti, che si riesce a cogliere l’essenza di ciò che Wall propone. Il profondo studio della storia dell’arte lo ha portato ad interpretare il mezzo fotografico come pittorico, subendo e reinterpretando la grande influenza del realismo del XIX sec. e di Manet. Riceve l’Hasselblad Award nel 2002.

img022QUOTES

“La buona arte, per essere apprezzata in quanto tale, deve essere tanto bella da trattenere l’attenzione dello spettatore.”

“Tra le influenze riscontrabili nella sua produzione, quella di Charles Baudelaire è la maggiore: lo scrittore che ha notoriamente tentato di trovare una certa unità tra l’arte e il mondo moderno riflette, non a caso, il lavoro di Wall, il quale rivela un indiscutibile contrasto con la maggior parte dell’arte contemporanea. Jeff Wall stravolge una serie di convenzioni della fotografia tradizionale divenendo un vero e proprio regista che, prima dello scatto definitivo, pianifica al meglio l’immagine nella sua mente finendo per averne il pieno controllo.”

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